venerdì 22 luglio 2016

CAYMAN, SOLO UN PARADISO FISCALE?

Quando si dice Cayman, il pensiero corre subito ai paradisi fiscali, alle ambigue società “Off Shore”, ai conti miliardari; di sicuro tutto ciò è vero e la lucrosa attività finanziaria rappresenta la maggiore entrata del piccolo arcipelago.
Non intendo però parlare delle Isole Cayman sotto questo profilo, argomento su cui, tra l'altro non sono per nulla ferrato, bensì sotto quello della loro storia e della navigazione.
Inutile dire che le isole furono scoperte dall'immancabile Cristoforo Colombo che le avvistò, nell'aprile del 1503 (quarto e ultimo viaggio) senza però sbarcare ed esplorarle, in ogni caso le chiamò Tortugas, per via delle numerose testuggini marine che popolavano le loro acque, il nome venne poi mutato in Cayman, poiché se in mare vi erano tante tartarughe, la terra ferma era dominio incontrastato dei caimani.

Le tre isole restarono di fatto disabitate fino al 1661 quando furono colonizzate dai soldati di Oliver Cromwell che avevano appena conquistato la Jamaica sconfiggendo gli spagnoli e ponendo da questo momento in poi le isole stabilmente sotto il domino della Corona britannica.

La posizione baricentrica nel Carribe occidentale dell'arcipelago ne favori, già da prima della colonizzazione, l'uso come rifugio da parte di flotte piratesche e corsare; tra i primi a passarvi fu Sir Francis Drake, non mancarono corsari spagnoli, francesi e l'immancabile Morgan, spesso ritratto in effigie per le vie di George Town.

Per difendere il principale ridosso dell'isola maggiore, Gran Cayman, gli inglesi costruirono il forte St. George, attorno a cui si sviluppò l'insediamento dell'attuale città di George Town . Del forte ora resta solo un moncone di un diruto bastione da cui alcuni cannoni guardano minacciosamente l'antistante rada; non più popolata da vascelli e galeoni, bensì da imponenti navi da crociera, tra le quali s'aggira, a memoria di un passato che non è più, un falso galeone ora gremito d'allegri turisti.

Prima che le isole divenissero un “paradiso fiscale” l'economia delle Cayman fu principalmente basata sulla pesca e sul commercio per mare, con veloci golette costruite sulla Gran Cayman, le rotte raggiungevano i porti più disparati: da Bocas del Toro a Providencia a Sant André e alle isole della Bahia nell'Honduras. L'attuale popolazione dell'isola di Guanaja – la più orientale delle Isole della Bahia, - è per esempio, in gran parte costituita da gente proveniente dalle Cayman.
Sorge spontanea la domanda di come da marinai e pescatori gli abitanti delle Cayman si siano trasformati in raffinati finanzieri; al proposito circola una storia, senza evidenza storica, che racconta di come alla fine del millesettecento una flotta britannica fece naufragio sull'isola e di come tutti i membri dell'equipaggio furono salvati dalla popolazione, tra questi vi era anche un membro della casa reale. Così per riconoscenza le isole ottennero l'esenzione dal servizio militare e dal pagare le tasse alla Corona, e questo è un fatto storicamente accertato che favorì l'attuale vocazione finanziaria.
Nell'attuale realtà Gran Cayman ha perso tutti i connotati di borgo marinaresco e assunto la veste di una moderna città con palazzi rutilanti di vetri e lucenti acciai, sedi di banche d'affari.
Alla veste finanziaria se ne accosta anche una turistica, fatta di numerosi negozi Duty Free che vendono prevalentemente liquori, abiti griffati, orologi di lusso e diamanti, alla variegata clientela di migliaia di turisti che ogni giorno vengono vomitati dalle grandi navi da crociera, fino a sei contemporaneamente, ancorate in rada. Tra i turisti coloro che non sono interessati allo shopping selvaggio, sono indirizzati a visite guidate dei fondali corallini presenti anche nella rada di George Town o a scorazzanti escursioni su spruzzanti moto d'acqua che seguono, come docili paperottole, l'aitante guida di colore!


Con tutto questo sembrerebbe che una visita a queste isole da parte di un avventuroso diportista che incroci nelle agitate acque del West Carribe, sia assolutamente da sconsigliare; in realtà non è così e Gran Cayman è visitata ogni stagione da diverse imbarcazioni a vela.
Le isole sono, infatti, situate in una posizione strategica per diverse rotte: distano 140 miglia da Cuba (Cayo Largo) - 210 dalla Jamaica (Montego Bay) – 300 dalle Isole della Bahia (Guanaja) – 450 dalla foce del Rio Dulce in Guatemala, 350 dalla preziosa isola di Providencia e 500 da Panama.
A dispetto di quanto si possa credere la sosta risulta meno costosa rispetto a diverse altre destinazioni limitrofe apparentemente più economiche, infatti le pratiche d'ingresso ( le clarence) sono completamente gratuite, come pure l'ormeggio a una delle boe (sette in totale), guai dare ancora, è assolutamente vietato e farlo può costare una multa di diverse migliaia di dollari!

Anche a terra, dal punto di vista economico, occorre stare molto attenti a cosa si fa, sebbene una visita al grande supermercato Kirk, pieno di ogni ben di dio, nonostante i costi stratosferici, sia gratificante, in particolare provenendo da Cuba!
La rada di George Town offre un buon ridosso dai venti settentrionali, rimane sicura, ma molto scomoda con quelli compresi tra Est e Sud Est, e assolutamente intenibile con i venti meridionali; tutt'altro che infrequenti al cambio tra stagione invernale ed estiva.
Nel 2012, fummo sorpresi a George Town, da una prematura tempesta tropicale; il Port Security, ci intimò di lasciare l'ormeggio e passammo una notte intera alla cappa a ridosso della costa Ovest sopportando piogge torrenziali e forti venti fino a che la mattina dopo ci fu indicata una boa di un Diving dove rimanemmo per tre giorni attendendo che la buriana terminasse e ci dessero il permesso di rientrare in porto.

Al nostro ritorno il porto aveva un aspetto desolante, la spiaggia su cui sbracavamo, normalmente gremita da piccole imbarcazioni, era deserta e anche ridotta in dimensioni!
L'isola di Gran Cayman dispone di un buon ridosso dai venti meridionali nella grande laguna che si apre sulla costa settentrionale e al cui interno si trovano diversi Marina, purtroppo l'accesso, e tutta la laguna, hanno fondali molto bassi e sono praticabili solo da imbarcazioni a vela con deriva mobile, catamarani e barche a motore. Tuttavia nel caso si preannuncino uragani, molte barche lasciano Gran Cayman per rifugiarsi nella meglio protetta baia di Cienfuegos a Cuba.







domenica 20 settembre 2015

È LEI IL VELISTA?

«È lei il velista?».
Così mi sono sentito apostrofare da un giovane visitatore, mentre ero alla Fiera del Libro di Como, vicino a una mia grande foto che annunciava l'imminente inizio della presentazione del mio ultimo libro; la foto con barba lunga, cappellino di lana, pipa tra i denti, e i miei libri di mare esposti, rendevano evidente che il giovane interlocutore m'individuava in modo inequivocabile come appartenente alla categoria dei velisti.
Non ho potuto naturalmente che cogliere la palla al balzo e stupirlo non poco asserendo che io non mi ritenevo per nulla un velista; lui sul momento è rimasto senza parole poi subito si è ripreso e prendendo in mano uno dei libri esposti:
«Però è lei che ha scritto questi libri che parlano di viaggi con una barca a vela...». 
Senza volerlo il mio nuovo amico aveva compreso già la risposta nella sua domanda dandomi così l'occasione di spiegargli che per l'appunto scrivo libri di viaggi in barca a vela, quindi per prima cosa viaggio e  lo faccio utilizzando una barca a vela; la barca  è quindi per me un mezzo che mi permette di fare delle altre cose che sono il mio principale interesse. 
Risalendo il Rio Grande do Sul - Brasile

 Per il velista, invece spesso l'interesse principale sta proprio nel mezzo stesso; nella cura della sua conduzione per ottenere il massimo delle prestazioni, e anche nell'amore quasi esclusivo per la barca medesima.  Naturalmente, ho proseguito, pure io apprezzo la barca a vela in se; la curo con attenzione e cerco d'ottenerne le prestazioni più vantaggiose al fine di giungere  in sicurezza alla meta stabilita, perché appunto la barca deve potermi portare con facilità in qualsiasi luogo io desideri recarmi e anche ospitarmi con il dovuto comfort nelle lunghe soste che fanno sempre parte integrante d'ogni viaggio.
Nei canali delle Sanblas - Panama.

Avrei potuto aggiungere anche che il velista non perde nessuna occasione per comunicare a tutti la sua esclusiva situazione, vestendosi come se dovesse fare una regata anche se si trova saldamente a terra, e avrei potuto portare alcuni lampanti e visibili esempi che s'aggiravano per gli stand della fiera in quello stesso momento, ma me ne sono astenuto.
Il mio interlocutore rimase di certo colpito dalle mie argomentazioni, infatti,  subito a sua volta mi ha sorpreso con quest' arguta risposta: 
« Sa che forse ha ragione, in effetti uno che viaggia in terno non è di certo un trenista!».
Interessante considerazione, anche se si potrebbe obbiettare che nell'accezione comune  un ciclista è un tipo che va in bicicletta, un automobilista uno che va in automobile, quindi un velista uno che semplicemente va in barca a vela, ma è anche vero che un pilota d'aereo non è un areoplanista, e un comandante di nave non è un navista, quindi non vedo proprio perché chi viaggia con una barca a vela debba per forza di cose essere un velista!

mercoledì 27 maggio 2015

Barche da diporto o navi stellari?


Quante barche in giro per il mondo!
Il numero di barche a vela da diporto che solca i diversi oceani e mari del mondo è in costante  aumento, infatti,  sembra quasi che giunti a una certa età, ossia quella della pensione, divenga per molti diportisti e naviganti, una necessità quasi imprescindibile lasciare le note acque di casa per lanciarsi in avventure esotiche. 
Tutto ciò in se è di certo una cosa buona; il desiderio di solcare mari lontani, di conoscere nuovi luoghi e genti differenti è stato, infatti, uno dei motori che hanno spinto i grandi esploratori del passato in avventure senza le quali la conoscenza del mondo non sarebbe progredita.
I loro moderni emuli di certo non hanno però più nulla da scoprire, tutto ormai è già noto ed esplorato, ma questo non blocca il desiderio di visitare luoghi diversi da quelli abituali, ogni nuovo approdo rappresenterà sempre per ciascuno un emozionante scoperta, che rimarrà però, circoscritta al proprio ambito personale.
Succede così che per cercare d'avvicinarsi il più possibile alla sensazione di una genuina primizia, molti navigatori decidono di recarsi in qui luoghi che immaginano ancora naturali e capaci di restituire l'immagine di un effettiva scoperta.
Purtroppo i luoghi di questo tipo sono ormai divenuti molto rari, poiché molti, che apparentemente sembrerebbero essere ancora un paradiso naturale, sono in realtà già stati contaminati dall'invasione turistica, si sono massificati e sono divenuti praticamente eguali a tanti altri loro simili sparsi in diversi angoli del globo.
Nel bacino Caraibico un esempio tipico è tutta la catena delle Piccole Antille, per intenderci le isole che vanno da Trinidad a sud alle Virgin Island a nord; che si sono ormai trasformate in un unico grande villaggio turistico, in una sorta di Disneyland del colore tropicale in cui illudersi di poter ricercare il “buon selvaggio”.


Grande ulu a puerto Escosese - Sanblas

L'arcipelago delle Sanblas e il Rio Dulce.
Nel bacino Caraibico, che è divenuto molto più vicino di quanto non lo fosse alcuni decenni fa, si possono trovare ancora alcune localizzazioni rimaste leggermente a margine dall'invasione turistica, come l'arcipelago delle Sanblas, dove l'etnia Kuna cerca gelosamente di custodire la propria  cultura e identità difendendola, appunto, dall'invasione della modernità; altre, ma ormai già molto più contaminiate sono le Islas de la Bahia dell'Honduras, la breve costa del Belize e il Rio Dulce in Guatemala, quest'ultimo in particolare conserva alcuni aspetti di una discreta originalità. 
Questi posti stanno divenendo sempre di più affollati, e la relativa vicinanza al Nordamerica facilità l'invasione di numerosi naviganti provenienti da queste regioni, naviganti che nella maggior parte dei casi non hanno intrapreso lunghe e impegnative traversate atlantiche, ma vi sono arrivati percorrendo rotte relativamente facili e battute; il  GPS e i moderni aiuti meccanici alle manovre hanno, infatti, ormai reso possibile la navigazione praticamente a chiunque.
Ci si deve, però domandare che impatto abbiano le ormai centinaia di barche che annualmente approdano tra le isole della Comarca Kuna Yala, o che risalgono il sinuoso corso del Rio Dulce in Guatemala per entrare nel cuore di quello che resta dell'etnia Maya, e mi riferisco principalmente a queste due regioni, sia perché ho avuto modo di conoscerne bene e approfondirne la realtà, sia perché sono quelle che stanno subendo in modo maggiore, e più pericoloso, l'aggressione da parte degli alieni che discendono in queste terre sulle loro "navi stellari a vela".

Sloop di pescatori del Belize e nave stellare
Non a caso ho usato il termine navi stellari a vela per indicare le comuni barche da diporto, infatti, per un semplice pescatore Kuna che si sposta con il suo primitivo ulu (piccola canoa ricavata da un tronco d'albero), e vive in una capanna con pareti fatte di pali di bambù, una barca  è quello che per noi sarebbe una nave stellare che atterrasse nel nostro cortile di casa, e noi gli appariamo come creature aliene, esattamente come sembrerebbero a noi le creature che sbarcassero dall'astronave!


Piccolo ulu a vela Lemmon kay - Sanblas
È raro che si possa stabilire una profonda corrente di comprensione tra chi sbarca dall'astronave e il pescatore Kuna, o quello Maya che vive sulle sponde della Lagua Duarte sul Rio Dulce; i contatti tra noi “alieni” e le popolazioni locali, finiranno quasi sempre per limitarsi a qualche scambio di battute per concludere a una semplice transazione commerciale, l'acquisto di un pesce alle Sanblas o di una tortilla sul Rio Dulce, troppo distanti sono, infatti, i rispettivi modi di pensare, e il contatto non viene facilitato dal fatto che i naviganti-diportisti se ne stiano isolati sulle loro astronavi, quasi fossero in una fortezza rispetto alle fragili canoe dei nativi.
Si contano ormai a centinaia le barche a vela che ogni anno navigano in queste acque, e in molti casi, come accade sul Rio Dulce, non si limitano a un breve passaggio stagionale, ma si trasformano in stanziali e si fermano tutto l'anno, e questa massiccia presenza non può che avere importanti conseguenze sull'ambiente e sulla cultura locali.
Alle Sanblas, si vedono, ad esempio ogni anno sempre meno ulu a vela e sempre più spesso grandi canoe spinte da potenti motori fuori bordo, imbarcazioni che invece di servire per la pesca o per spostarsi tra un isola e l'altra, sono impiegate per portare turisti agli improvvisati resort che stanno vieppiù sorgendo su diverse piccole isole.

Grande canoa a motore isla de los Pinos - Sanblas
Il contatto con il mondo moderno, di cui il popolo dei naviganti è stato il pioniere e ancora ne rappresenta la parte numericamente maggiore e a più forte impatto  - i naviganti si fermano, infatti, sempre molto più a lungo dei turisti terricoli, sta di fatto lentamente e inesorabilmente modificando i comportamenti delle popolazioni locali. 


Acquisto di frutta, Lagua Duarte - Rio Dulce
I giovani sono naturalmente più soggetti a subire gli effetti del cambiamento, rispetto agli anziani, che tendono per natura tendono a essere conservatori e a voler rimanere fedeli alle loro millenarie tradizioni; i giovani invece si fanno più facilmente sedurre dalle mirabolanti novità che vedono a bordo delle navi stellari a vela, tutte cose distanti dalla loro cultura e per la loro economia quasi sempre irraggiungibili.
Sul Rio Dulce la situazione è già molto più compromessa, anni di presenza massiccia di barche da diporto hanno, infatti, quasi cancellato la genuinità della cultura locale della popolazione Maya, almeno per quella parte che lasciati i lavori agricoli, loro tradizionale occupazione, si è trasferita sulle rive del Rio Dulce e del lago Izabal, vivendo quindi a più stretto contatto con gli stranieri. 
I rapporti tra “alieni” e locali qui sono resi più facili dal fatto che tutti i Maya parlano la lingua spagnola, mentre tra i Kuna sono solo i maschi a farlo e poco, ma la maggiore facilità di contatto contribuisce di più alla contaminazione e all'assunzione, da parte dei locali, di astuti comportamenti tesi a sfruttare al meglio le opportunità offerte dalla presenza di tanti ricchi turisti.

Rifiuti e relitti.
Un altro aspetto non trascurabile degli effetti provocati dalla massiccia presenza di barche a vela è l'impatto ambientale, infatti, tante barche significano molte persone con abitudini di vita consumistiche, che per quanto gli equipaggi cerchino spesso di limitarle, sono enormemente più significative di quelle dei locali.
Ogni barca produce una quantità di rifiuti non degradabili, enormemente maggiore di quanto non facciano i più parchi consumi delle popolazioni locali, e questo si traduce in grandi quantitativi di rifiuti difficilmente smaltibili, sul Rio Dulce, una grande lancia passa in tutti i marina a raccogliere i rifiuti, in questo modo tutti hanno la coscienza tranquilla e non pensano più a che fine faranno i loro rifiuti; peccato che poi questi vengano bruciati in una località della costa della baia di Amatique, producendo densi nuvoloni carichi di diossina!
Alle Sanblas, gli accorti naviganti cercano di disperdere in mare  o di bruciare tutto quello che è degradabile, conservando il resto: bottiglie di plastica, lattine d'alluminio, scatolette in ferro, ecc..., per scaricarlo poi su una delle isole maggiori, ma anche in questo caso non di certo questi rifiuti faranno una fine ecologica!


Relitti alle Sanblas
Il problema diventa molto più pesante, quando alcuni diportisti si “dimenticano” qualche nave spaziale a vela arenata su una spiaggia o incagliata in un reef; relitti che non verranno mai recuperati, e il nudo guscio di vetroresina, dopo essere stato spogliato dai Kuna di qualsiasi cosa utile, rimarrà per un tempo infinito a inquinare il luogo.
Con tutto questo non voglio certo dire che non si debba più navigare per raggiungere isole apparentemente incantate, chi lo fa deve però avere la consapevolezza che ogni suo arrivo aggiungerà un piccolo tassello all'inevitabile cambiamento sia delle abitudini di chi le vive, sia del paesaggio fisico. 

martedì 3 marzo 2015

Un Porto un Racconto

La pubblicazione di un nuovo libro per è sempre un momento emozionante e di grande soddisfazione; dal 3 Marzo, che per una non voluta coincidenza è anche la data del mio compleanno, è disponibile sul sito de il Frangente, il mio ultimo libro:


È molto differente dai due precedenti: “La Rotta a Zig Zag” e “ In Fuga da Buenos Aires a Trinidad”, sempre pubblicati con il Frangente, in questi il corpo principale era rappresentato da miei viaggi con, è vero, inseriti diversi racconti, ma sempre riferiti a personaggi reali e quindi a fatti aderenti alla realtà.
In Un Porto un Racconto” i racconti sono invece di pura fantasia, ed anche quando io compaio compio azioni e dico cose che nella realtà non ho mai ne fatto ne detto!
Di certo, però sono stato in tutti i porti descritti e ho percorso le medesime rotte che fanno parte dei diversi racconti.



Sulla scia del precedente libro, che era un “Portolano Raccontato”, ho voluto creare una cornice ai racconti con una descrizione dei relativi porti e alcune semplici indicazioni nautiche che sono dei suggerimenti per i lettori che volessero ripercorrere le rotte del libro.


giovedì 16 ottobre 2014

Per ricordare l'amico Manfred Marktel


In occasione della serata che ho organizzato con la Lega Navale di Trento e l'editore il FRANGENTE, per ricordare l'amico e navigatore solitario Manfred Marktel che è partito il 19 Aprile scorso per la sua ultima navigazione, è stata presentata la seconda edizione del suo libro:



Il libro lo si può acquistare online qui:


I proventi della vendita, per volontà dell'Editore e desiderio espresso da Manfred, saranno devoluti al:




Qui il video presentato che ho montato con materiale di Manfred e mio:




Prima della proiezione del video, ho brevemente presentato il libro appena pubblicato, a tempo di record, per poterlo avere per questa serata:


Sono arrivati 600 anni prima di me – Viaggio in Atlantico di un navigatore solitario.

Verso la fine, quando è già rientrato in Mediterraneo, Manfred Marktel scrive:

Mi ricordo anche di un capitolo letto in un libro di Ray Bradbury

Ognuno deve lasciare qualcosa dietro quando muore, un libro, un giardino, o un muro o un paio di scarpe cucito con le proprie mani...

In questo momento lascerei ben poco, la scia della barca che avanza a fatica in un mare piatto e oleoso....”

E Manfred, in questo senso, aveva ragione, infatti, tutti sappiamo quanto sia labile la scia lasciata da una barca, che si chiude e in breve scompare dietro di essa.

Ray Bradbury, aggiunge anche:

Qualche cosa che insomma la nostra mano abbia toccato, in modo che quando la gente guarderà l'albero o il fiore che abbiamo piantato (o il libro che abbiamo scritto, aggiungo io) noi si sia là.

Manfred era sempre stato molto sensibile a quest'argomento, ne parlammo ancora in una delle nostre ultime conversazioni.
Ebbene Manfred ha di certo lasciato molto dietro di se, e non parlo solo del suo sito in cui a tanti fans ha trasmesso la propria passione; i siti web stanno, infatti, in una nuvola che come tale è soggetta a disperdersi per un più forte colpo di vento, un libro invece è un segno tangibile e duraturo che contiene di sicuro l'anima del suo autore.
Manfred teneva molto all'edizione con una casa editrice prestigiosa come il Frangente, di questo suo libro, che aveva già pubblicato nel 2005, ma in forma privata, quindi con scarsa distribuzione e incisività.
Ora Sono arrivati 600 anni prima di me s'affianca al ben noto Maus - in solitario sulle acque antariche della South Georgia”
Se il primo libro pubblicato da Manfred con il Frangente, è, se possiamo così definirlo, una narrazione “eroica”, descrive, infatti, una navigazione estrema raccontata, però da Manfred con la sua consueta semplicità, in quest'ultimo pubblicato la descrizione della quotidianeità dei gesti della sua navigazione in solitario, sembra ancor di più dire che chiunque avrebbe la possibilità di fare le medesime cose, solo che avesse la forza motrice del sogno, unita alla consapevolezza che occorre sempre essere ben preparati e coscienti dei propri limiti.
Nel breve video che ho preparato, utilizzando materiale di Manfred, e in parte mio, ho addolcito, le sequenze della sua navigazione verso la South Georgia, con altre immagini più tranquille che lo descrivono.
Purtroppo la qualità delle riprese non è eccezionale, vuoi per i mezzi che usava allora Manfred, in seguito acquistò una videocamera più sofisticata, vuoi per l'obbiettiva difficoltà delle riprese stesse, anche la voce di Manfred è spesso sommersa dall'urlo del vento dei 50 urlanti, ho pensato di rimediare con dei fermo immagine in cui con la mia voce anticipo le parole di Manfred.
Tra l'altro fu proprio in occasione di quella navigazione di Manfred, che Silvia e io, entrammo la prima volta in contatto con lui via radio, mentre attraversavamo verso il Brasile, e proprio quando eravamo infastiditi da una serie di violenti e bagnati groppi lungo la costa brasiliana, restammo in ansia, assieme ad altre persone in diversi luoghi del globo, quando pere 24 ore perdemmo il contatto con Maus, impegnato in una vera burrasca a 50 gradi di latitudine sud.
E tutti, a partire dalla moglie Piera in Italia, a Rafael il radioamatore che ci seguiva dalle Canarie, ad amici che lo aspettavano a Salvador de Bahia e a d altri naviganti della ruota, tirammo un grande sospiro di sollievo, quando al fine udimmo ancora la sua voce trasportata dall'etere.


Alla serata, hanno partecipato l'editore e navigatore Antonio Penati e Andrea Pestarini, grande navigatore oceanico, che con il loro interventi mi hanno affiancato e reso ancor più interessante la serata.

Un ringraziamento particolare al numeroso pubblico, attento e sensibile che ci ha permesso di raccogliere una cifra importante da devolvere al Comitato Ricerca Contro le Leucemie. 





sabato 16 agosto 2014

OMERO NEL BALTICO? Ci hanno rubato Ulisse!?


Tutti quelli che hanno navigato in Mediterraneo, di certo almeno una volta, hanno pensato di ripercorrere una rotta d'Ulisse, o d'aver calcato, emozionandosi, una terra in cui il sandalo del magnanimo re di Itaca, aveva lasciato la sua impronta.
Navigare tra le isole del Mediterraneo immaginando di ricucire rotte e racconti dell'Odissea è sempre stato per me un emozionante gioco, reso ancora più avventuroso, quando spintomi più lontano potei risalire le pendici dell'acropoli di Troja, e dall'alto di quello che restava della città di Priamo, vidi i due fiumi; lo Scamandro a sinistra e il Simoenta a destra, e mi parve di scorgere, laggiù verso la spiaggia; le nere navi achee tirate in secco, il biancheggiare delle tende dell'accampamento e il levarsi dei fumi dei fuochi sacrificali.
Fui profondamente emozionato al pensiero che stavo guardando quello scenario dal medesimo punto in cui Andromeda seguii lo sfortunato scontro del suo sposo col furioso Achille!
Mi capitò anche, come immagino a tanti altri, di cercare le tracce degli amori tra la leggiadra ninfa Calipso e l'astuto eroe, nella piccola grotta sull'assolata Gozo, o in quella più vasta di Sateria sulla pietrosa Pantelleria.
Diedi fondo all'ancora nella rada dell'isola di Itaca, dove sbarcò Telemaco di ritorno dalla sua missione alla magione del prudente Nestore e alla reggia del biondo Menelao, convinto di ricalcare le orme del figlio del ramingo Ulisse!
Ebbene ho appena letto un libro: Omero nel Baltico di Felice Vinci che ha messo in crisi le mie convinzioni, anche se ben sapevo che non potevano essere assolute certezze, mi davano tuttavia un quadro credibile in cui veder muovere i personaggi che emergevano dal mondo omerico.
Certo girando per il Mediterraneo alla ricerca delle tracce d'Ulisse, i dubbi che m'assillavano erano sempre tanti: difficile fare collimare le annotazioni geografiche, sempre confuse e discordanti con la geografia del Mediterraneo, che per altro Omero descrive sempre cupo e burrascoso, mentre io nel periodo estivo ero abituato a vedere sereno e blu, anche nelle più furiose sventolate da Maestrale, o nell'imperversare del Meltemi in Egeo. Ho sempre pensato, però, che le avventure d'Ulisse fossero una opera prevalentemente di fantasia, che forse riuniva diverse leggende dell'area mediterranea; quindi le incongruenze non mi disturbavano molto.
Le vicende narrate nell'Iliade, che inoltre non pare opera del medesimo autore, mi sono, invece, sempre parse più vicine alla storia, e per questo non ebbi sensazioni di scollamento quando risalii le pendici d'Ilio.
Ora è arrivato, almeno per me, poiché da altri era già da tempo conosciuto, Felice Vinci a ribaltare tutto e a catapultare le avventure omeriche niente meno che nel profondo nord nel - e qui ci sta un aggettivo omerico - “livido” Mar Baltico!
Basta dunque cercare d'immaginare il proprio eroe, veleggiare sulle azzurre acque del Mediterraneo, intrattenere dolci amori con Circe e Calipso sotto un terso cielo, percorso da soffici batuffoli di bianche nubi, e sbarcare nella riarsa Itaca assordato dal frinire delle cicale; Felice Vinci mi dice che tutto questo non è vero e debbo cambiare radicalmente lo scenario delle mie fantasticherie!
L'autore di Omero nel Baltico, nel suo interessante libro, che deve essere letto perché è impossibile riassumerlo in poche parole, ci spiega il percorso che ha compiuto per arrivare a ricostruire una geografia omerica nel Mar Baltico.
Tutto ha avuto inizio da un affermazione di Plutarco (storiografo greco-romano del primo secolo dopo cristo. n.d.a.) il quale asseriva che l'isola di Ogiggia si trovava nell'Atlantico del nord a cinque giorni di navigazione verso occidente (Ovest) dalla Brittannia, e che quelle isole erano abitate da genti greche. Prendendo per vero questo presupposto, l'Autore ha identificato le isole nell'arcipelago delle Faerøerne, come le più probabili, e nell'attuale Sodhuroy, che è la più esterna verso sud est, l'isola di Calipso.
Da qui sembra verosimile che il multiforme Ulisse abbia potuto percorre una rotta verso Est, tenendo sempre l'Orsa maggiore a sinistra secondo i consigli della stessa ninfa Calipso, per raggiungere la montuosa costa dell'attuale Norvegia, e poi discendere “abbracciato a un tronco” verso Sud, sospinto dal favorevole vento da Borea ( Nord ), inviatogli dalla provvida dea dagli occhi turchesi, fino alla terra dei Feaci.
( È vero che Omero indica sempre come terra, e mai come Isola il regno di Alcinoo costruttore di navi. n.d.a.). Qui giunto. Ulisse, riuscirà finalmente a prendere terra alla foce di un fiume che “ritirerà l'onde”, che prima lo respingevano inesorabilmente al largo, e verrà trovato dalla soccorrevole Nausicaa che, premurosa, lo farà subito ricoprire, dalle sue ancelle, con una tunica e una caldo mantello.
Secondo Vinci il ritiro delle onde del fiume corrisponde a una "stanca di marea", fenomeno ben noto nei mari del Nord e poco appariscente in Mediterraneo, e Nausicaa fece ricoprire il vigoroso naufrago, non tanto per celarne la nudità, ma piuttosto per proteggerlo dal freddo. Vinci ritiene, inoltre, perfettamente compatibili i diciassette giorni di navigazione, di cui due alla deriva abbracciato al tronco, impiegati da Ulisse per raggiungere la terra dei Feaci dall'isola di Calipso.

TAV 1- Luoghi omerici nel Baltico e Mare del Nord

"Per diciassette giorni navigò traversando l'abisso,/ al diciottesimo apparvero i monti
ombrosi/ della terra feacia: era già vicinissima,/ sembrava come uno scudo,
là nel mare nebbioso"
Dalla terra dei Feaci, che l'Autore colloca nella parte meridionale dell'attuale Norvegia, individua in un arcipelago Danese posto tra la Penisola dello Jutland e la grand isola di Fyøna, quello che più verosimilmente assomiglia alla descrizione omerica:
"Abito Itaca aprica: un monte c'è in essa,/ il Nerito sussurro di fronde, bellissimo:
intorno s'affollano/ isole molte, vicine una all'altra,/ Dulichio, Same
e la selvosa Zacinto./ Ma essa è bassa, l'ultima là, in fondo al mare,/ verso la
notte: l'altre più avanti, verso l'aurora e il sole"
Cosi' l'Autore trova la collocazione per le tre isole principali, Dulichio (l'isola Lunga ), di cui in Mediterraneo, asserisce non esservi traccia, Same, Zacinto e la piccola Lyø “verso la notte”, appunto la più occidentale, che parrebbe, anche corrispondere meglio alla descrizione omerica dell'Itaca d'Ulisse.

TAV 2 Itaca mediterranea e Itaca baltica

Continuando sulla falsa riga delle indicazioni fino a qui verificate, nel libro si vedrà, come venga trovata una precisa collocazione a tutte le località omeriche, arrivando fino a situare l'antica Troja in coincidenza con un piccolo villaggio della Finlandia meridionale Toija, i cui dintorni topografici s'avvicinano alla descrizione fatta dall'autore dell'Iliade.
Giunti a questo punto è inevitabile chiedersi come sia stato possibile che i nordici Argivi omerici abbiano trasferito i loro toponimi e le loro leggende dal brumoso Mar Baltico al solatio Mediterraneo?
Felice Vinci ipotizza una grande migrazione verso sud, attorno al 3000 a.c., resa necessaria dall'avvenuto cambio climatico per cui le estreme regioni nordiche abitate dalla popolazione achea, che fino a quel momento avevano goduto di quello comunemente chiamato “optimum climatico” divennero sempre più inospitali, spingendo queste genti a scendere sempre più a sud fino a ritrovare un ambiente, il Mediterraneo, simile a quello che avevano lasciato.
(nota: la climatologia situa tra il 10.000 e il 4000 a.c. un periodo in cui le temperature medie erano più alte di 2-3° rispetto a quelle attuali; il raffreddamento divenne più marcato a partire dal 3500 a.c. e il periodo dell'Optimum climatico, è considerato finito nel 3000 a.c. n.d.a.)
La storiografia non è ancora riuscita a definire in modo inequivocabile la provenienza del popolo Acheo, che occupò la penisola del Peloponneso attorno al 1500 a.c., e si limita a definirli “una popolazione indoeuropea”, ma Felice Vinci è persuaso che arrivassero direttamente dalle regioni del Baltico e che trasferirono le loro leggende e conoscenze nel bacino mediterraneo.
A sostegno della sua tesi, il Vinci porta diverse considerazioni, tra cui: la capigliatura bionda (sia Ulisse che Menelao sono definiti da Omero biondi. n.d.a.), la dea Minerva ha gli occhi azzurri, del resto è anche storicamente assodato che gli Achei fossero biondi.
Fa ripetutamente notare, inoltre, che l'ambiente climatico descritto nel poema è ben lontano da quello mediterraneo: mare sempre cupo e burrascoso, venti freddi, diffusissime le nebbie, descrizione di fenomeni quali l'aurora boreale, i protagonisti si vestono con indumenti pesanti e perfino folte pellicce, banchettano sempre attorno a focolari accesi, tutti elementi che fanno pensare a un clima ben diverso da quello abituale nel Mediterraneo, tanto più che le vicende narrate dll'Odissea si svolgono nel periodo favorevole alla navigazione; l'estate, che nell'antichità, era reputata l'unica possibile per la navigazione.
Sarebbe qui troppo lungo e dispersivo elencare tutte le ragioni argomentate da Felice Vinci, che, ad esempio fa dei ragionevoli paralleli tra la mitologia e le leggende nordiche e quelle del mondo acheo.
La lettura di Omero nel Baltico è avvincente e per molti versi convincente, anche se mancano ancora quei ritrovamenti archeologici che potrebbero in modo definitivo ribaltare il mondo omerico dal solare Mediterraneo al brumoso Mar Baltico.
Riflessioni e dubbi
Molto tempo fa, avevo già letto di un altra teoria che vedeva l'Odissea ambientata tra le isole britanniche.
In questo caso le peregrinazioni dell'astuto Ulisse prendevano le mosse dal Mediterraneo, si dipanavano tra le isole britanniche, per poi concludersi in Mediterraneo, e il racconto di Ulisse ad Alcino altro non era che una narrazione cifrata per permettere, a chi possedeva la chiave del codice, di ripercorrere la rotta da lui fatta per rifornirsi del prezioso stagno; informazioni che l'astuto Ulisse non voleva dare al suo soccorritore, ma che era anche un suo concorrente nei commerci. La Britannia era, infatti ricca di stagno, indispensabile per ottenere il bronzo fondendolo con il rame, e Ulisse vi si recò per non ritornare a mani vuote, dopo dieci anni di guerra, alla sua Itaca.
Questa teoria era seduttiva e in parte credibile, ed aveva il grande vantaggio di rendere di pura fantasia tutte le avventure raccontate da Ulisse ad Alcinoo, e inoltre mi permetteva, pur non rinunciando al mediterraneo, di non rompermi la testa cercando di far collimare le peregrinazioni d'Odisseo, con la nota geografia mediterranea.
Lo studio di Felice Vinci è di sicuro molto più articolato, serio e documentato, e direi intrigante perché sembra mettere al loro posto tanti pezzi di un puzzle che prima non volevano proprio trovare una giusta collocazione, nonostante questo fatico ad accettare che mi abbiano privato del tanto amato e inseguito Ulisse mediterraneo!
Alcune considerazioni geografiche
Senza voler entrare in una disquisizione, cui non ho le competenze, ci sono alcune cose che di primo acchito mi hanno lasciato perplesso nella pur completa e approfondita teoria espressa in Omero nel Baltico.
Da navigatore trovo deboli le basi su cui Felice Vinci ha individuato nelle Faerøerne l'isola di Calipso, ed è da questo punto fisso che prende le mosse tutta la successiva ricostruzione della geografia omerica nel Baltico; ricordiamoci che Plutarco scrisse, come è riportato testualmente ne Omero nel Baltico:
l'isola Ogigia, dove la dea Calipso trattenne a lungo Ulisse prima di consentirgli il ritorno ad
Itaca, è situata nell'Atlantico del nord, a cinque giorni di navigazione dalla
Britannia in direzione occidente".



TAV 3 Rotte e distanze 

Ebbene se dal capo Whath in Scozia (Nord ovest delle Scozia. n.d.a.) volessimo navigare verso Sodhuroy, che è l'isola ipotizzata essere l'Ogiggia omerica, dovremmo coprire 173 miglia nautiche con rotta vera 343°, in parole povere quasi dritti per Nord!
Direzione tutta differente dalle affermazioni di Plutarco che situa le isole a Occidente della Britannia; riguardo ai cinque giorni di navigazione la valutazione diviene più difficile, poiché non vi sono dati precisi sulla velocità media delle navi onerarie romane del primo secolo d.c., le uniche su cui Plutarco potesse fare delle congetture. Sappiamo, però, che queste navi potevano tenere una media di oltre 6 nodi nella traversata tra Ostia e Alessandria d'Egitto, in presenza di venti favorevoli. Nella parte di Atlantico del Nord di cui stiamo parlando, nella stagione estiva non esistono venti predominanti, e questi soffiano a una forza media 4 Beaufort, in modo quasi eguale da tutti i quadranti; con un alternanza di venti favorevoli, rare calme e venti contrari, è possibile ipotizzare, per una nave che disponesse anche di propulsione a remi, una velocità media non inferiore ai 2,5 nodi, equivalenti a 60 miglia nelle 24 ore, quindi 300 miglia in cinque giorni, quasi il doppio della distanza dichiarata che separa il nord della Britannia dalle Faerøerne.



TAV 5 venti predominanti mare del nord

La distanza di 173 miglia in cinque giorni, è invece troppo breve anche per una nave del tempo, significherebbe, infatti, 30 miglia nelle 24 ore, ossia meno di 1,5 nodi, tempi poco probabili, anche se in mare tutto è sempre possibile!
Tracciando un cerchio con raggio di 300 miglia nautiche e centro sul Capo Whath, non s'incontra nessuna terra verso ovest, e solo la Norvegia in direzione Est, il cerchio s'avvicina, però, all'Islanda che si trova a 446 miglia per 320°.
La direzione, sebbene leggermente più a Ovest, resta in ogni modo prevalentemente a Nord, ma la distanza per una nave del tempo di Plutarco, in condizioni favorevoli è invece possibile, si tratterebbe, infatti, di navigare a una ragionevole media di 3,8 nodi. In questo caso, però, diventerebbe più difficile fare collimare i diciassette giorni e le diciassette notti in cui Omero fa navigare Ulisse attraverso “l'abisso di mare”, prima su di una zattera e poi aggrappato a un tronco; vorrebbe dire, infatti, che l'inclito marinaio navigò, da solo e su mezzi tanto primitivi, alla media di quasi 2 nodi, e bisogna tenere conto anche che le ultime circa 200 miglia le percorse alla deriva.
Inoltre l'Islanda è troppo alta di latitudine e difficilmente doveva avere, nonostante le favorevoli condizioni dell'optimum climatico, le condizioni climatiche abbastanza temperate descritte da Omero per l'isola d'Ogiggia.
Le uniche isole che si trovano a occidente del nord della Bitannia sono le Ebridi, che però distano dalla costa solo 24 miglia e sono incompatibili con le peregrinazioni d'Ulisse, sia per raggiungere l'isola di Calipso, sia per lasciarla.
Mi pare, in sostanza, che sia poco probabile individuare l'sola di Calipso con le indicazioni date da Plutarco, che scriveva da una distanza temporale enorme rispetto ai fatti Omerici, e che probabilmente alla sua epoca, o non disponeva di dati geografici precisi, o prese una grande cantonata!
Se però si accetta l'identificazione dell'antica Ogiggia con la moderna Sodhuroy, la ricostruzione geografica, che fa Felice Vinci, della navigazione d'Odisseo da Ogiggia alla terra dei Feaci (Norvegia meridionale n.d.a.) fino a Lyø, la presunta Itaca baltica, con qualche necessaria forzatura è plausibile.
Non voglio qui analizzare tutta la complessa e dettagliata ricostruzione del mondo omerico nella realtà geografica del Baltico, fatta dal Vinci, mi preme solo rilevare due cose che mi lasciano molto perplesso.
Come avevo già detto, l'autore individua anche la supposta Troja in corrispondenza di un villaggio della Finlandia meridionale che ha una curiosa assonanza di nome: Toija, e che anch'essa, come la città dell'Iliade, è situata su un modesto rilievo e circondata da da due fiumi che vanno a sfociare nel mare, che però è a ben 40 chilometri dalla città!
Sempre in Finlandia, nella Carelia meridionale si trova un altro villaggio con il medesimo nome, distante circa 64 chilometri dal mare; la ridondanza del toponimo, fa nascere dei dubbi sulla relazione con la presunta Troja omerica.



TAV 5 Troja nel Baltico, identificata con il villaggio di Toija


 TAV 6 il sito archeologico di Trojia in Anatolia

La distanza dal mare della Troja di Schiliemann è, invece, di poco più di 4 chilometri, anche i due fiumi, lo Scanandro e il Simoenta sono facilmente individuabili, e il sito sembra essere ragionevolmente compatibile con quanto narrato nell'Iliade.
Pur volendo credere in un considerevole ritiro del mare dai tempi preistorici (come avvenuto in Mediterraneo), non torna però più, la precisa corrispondenza tra le coste di Lyø e l'Itaca descritta da Omero, cosi ben individuati dall'autore; con un mare più basso Itaca sarebbe stata considerevolmente più grande, se non perfino collegata alla vicina Fyøna, il braccio di mare che le separa ha, infatti, una profondità modesta, attorno ai 12 metri, con un breve affossamento a circa 22 metri!
Un altro elemento che non mi ha convinto da subito nelle enunciazioni del Vinci è, e cito testualmente:
... e Dulichio, l'isola "Lunga" ("dolichòs" in greco) situata da Omero nei pressi di Itaca
ma inesistente nel Mediterraneo, viene menzionata più volte, anche nell'Iliade.”
Tutti coloro che hanno navigato lungo le coste della Dalmazia, conoscono invece, molto bene Dougi Otok, che oltre ad essere fisicamente lunga, e quindi simile alla Langleand Danese (la Dulichio omerica. n.d.a.), ha di fatto il medesimo nome, di certo è relativamente lontana da Itaca, però contraddice l'affermazione che in Mediterraneo non esista un isola simile.
Alla base di questa ricostruzione, come del resto di tutte le altre del mondo Omerico, vi è sempre la presunzione che Omero, o chi per lui, raccontasse fatti realmente accaduti e fosse anche un profondo conoscitore della realtà geografica del mondo in cui erano ambientati, e si finisce quasi sempre nel ripercorrere le orme degli eroi omerici, quasi con il testo alla mano!
Abbiamo però visto come anche le asserzioni di Plutarco, che pur scriveva in una epoca storicamente molto più vicina alla nostra rispetto a quella omerica, sia del tutto inaffidabile nelle sue ricostruzioni geografiche; come possiamo pensare, allora, che Omero potesse invece conoscere cosi bene la realtà geografica del Mediterraneo, tanto da poter creare itinerari coerenti?
Non sarebbe allora possibile pensare che Omero, avesse narrato le avventure di un leggendario eroe dell'antica storia delle genti achee, che si, s'erano spostate dal Nord al Mediterraneo, e qui avevano in effetti combattuto una guerra come quella di Troja, ma le avventure di Ulisse, che prendono le mosse dal fatto storico di Troja - storia quasi certamente raccontata da un altro cantore - siano invece un puro racconto fantastico, in cui effettivamente vengono a volte inseriti elementi delle leggende nordiche, senza nessuna pretesa d'esattezza geografica, ma evidentemente inserendovi notazioni tipiche di quelle regioni; come il clima freddo, la nebbia, l'ampio uso di dritti pali d'abete e molte altre cose giustamente rimarcate dall'autore d'Omero nel Baltico.
Questa interpretazione mi piace, perché così posso continuare a immaginare Ulisse in Mediterraneo, anche se con alcune puntate al Nord, e mi sento meno defraudato!

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